• Vino e degustazioni per San Valentino

    Stai cercando idee originali per il regalo di San Valentino ad una persona appassionata di vino?

    Ecco qui alcune semplici idee che la Cantina Josetta Saffirio ti propone:

    Buono per una degustazione per due persone: permette a chi lo riceve di effettuare una visita guidata all’interno della Cantina ed una wine tasting experience. Si può scegliere tra l’Authentic Experience per la degustazione di quattro vini di cui un Barolo, per poter assaggiare differenti tipologie di vino ed avere una visione a 360 gradi sui vini dell’Azienda. Oppure la Barolo Experience per la degustazione di cinque vini di cui tre Barolo: Barolo Classico, Barolo Persiera e Barolo Riserva, una degustazione maggiormente focalizzata sul Barolo e sulle sue caratteristiche.

     

    Buono per un pranzo in cantina per due persone: permette di effettuare la visita guidata all’interno della Cantina e un light lunch con degustazione a seguire. Il pranzo è composto da tre antipasti tipici della tradizione piemontese ed un dolce della tradizione piemontese in abbinamento a quattro vini dell’Azienda. Per chi apprezza l’enogastronomia e l’abbinamento cibo e vino!

     

    Buono per ricerca al tartufo per due persone: permette di effettuare una ricerca al tartufo con il Trifulau (cercatore) e il suo Tabui (cane) nei boschi della zona, un’esperienza per gli amanti degli animali e della natura. Al termine della ricerca si effettuerà la visita della Cantina e la degustazione di quattro vini (di cui un Barolo) in abbinamento ad un tagliere di affettati e formaggi.

     

     

    -Pic Nic tra le vigne per due persone: permette di effettuare la visita guidata in Cantina e la degustazione di quattro vini (di cui un Barolo). Al termine della degustazione verrà fornita una scatola con l’occorrente per fare il pic nic: tre antipasti tipici della tradizione piemontese, pane, acqua, dolce, piatti, posate e bicchieri. In più sarà inserita nella scatola una bottiglia a scelta tra Barbera d’Alba Superiore o Langhe Nebbiolo ed un cavatappi serigrafato Josetta Saffirio. Un’esperienza da effettuare all’aria aperta!

    -Buono regalo del valore che scegli tu. Chi lo riceverà potrà decidere se utilizzarlo per un’esperienza prenotabile presso la nostra Azienda Agricola oppure se convertirlo per l’acquisto di bottiglie di vino.

    -Scatola mista di sei vini: Puoi creare la tua scatola di vini preferiti a scelta tra Barbera d’Asti Superiore, Langhe Nebbiolo, Barolo Classico, Barolo Persiera, Barolo Riserva, Langhe Rossese Bianco, Spumante Metodo Classico di Nebbiolo, Moscato d’Asti, Passito, grappa e olio. Componi la tua scatola da sei come preferisci, passa a ritirarla in Cantina oppure concorda con noi la spedizione, sono effettuabili in tutta Italia.

    Tutti i buoni sono validi per un anno, sarà chi riceve il regalo a scegliere quando poterli utilizzare. Le attività vengono svolte su prenotazioni e sono soggette alla disponibilità della Cantina.

    Cosa aspetti a sorprendere con un regalo a tema vino?

    Contattaci per avere maggiori informazioni e per ottenere il tuo buono regalo!

  • Gli animali in vigna

    Le vigne della mia Azienda sono senza dubbio il cuore pulsante della mia attività. Lì è da dove si parte.

    Dove i primi frutti del mio lavoro e del lavoro dei miei collaboratori prendono forma. Sono il luogo della quale mi devo prendere cura per tutto l’anno. Devo prestare attenzione a ciò che hanno bisogno e porre le adeguate cure quando le necessitano.

    Non solo per poter portare a casa uve sane da trasformare nel mio vino ma anche perché tutto fa parte di un habitat con degli equilibri molto delicati.

    Nella zona dove si trova la mia Cantina, a Monforte d’Alba ed in particolare nella sottozona Castelletto, è possibile ammirare ancora tanti tipi di biodiversità.

    E’ una zona sicuramente ricca di vigneti ma che rimangono bilanciati con la presenza di boschi, alberi da frutto, noccioleti e prati.

    Personalmente mi sono impegnata a lasciare il più possibile inalterato l’ambiente che mi circonda: il 30% della superficie dell’Azienda è stato mantenuto o ripiantato come bosco. In questa percentuale troviamo una tartufaia didattica, un frutteto, un noccioleto e una parte dedicata all’apicoltura.

    Queste zone, sempre più rare, sono fondamentali per l’ecosistema e per gli animali che ancora vivono nelle nostre aree e nelle quali essi possono trovare un rifugio.

    Durante le varie stagioni dell’anno ho la fortuna di poter venire in contatto, anche se per un breve momento (a volta una frazione di secondo) con alcuni di questi abitanti.

    Per esempio, le mattine di questa primavera mi capitava spesso di ricevere il buongiorno da un leprotto scorrazzante in cortile, era diventata quasi un’abitudine vederlo sbucare poi nascondersi tra la siepe. Vicino al periodo della vendemmia, quando i grappoli sono quasi maturi e pronti per essere raccolti qualcun altro mi conferma la loro squisitezza.

     

    I caprioli ne vanno ghiotti, a quanto pare non sono l’unica ad adorarne la dolcezza! Anche il tasso solitamente apprezza passeggiare tra le vigne. Come faccio a saperlo? Diciamo che è solito lasciare qualche “segno” molto tangibile, del suo passaggio.

    A volte, in particolare verso sera, fa capolino la volpe dal ciglio del sentiero, con la sua coda vaporosa e rosso ruggine. E’ raro vederla quanto sorprendente.

    Le coccinelle, le farfalle, le api, i lombrichi sono il segno di una natura viva e silenziosamente laboriosa.

     

    Nel corso delle giornate trascorse tra i filari mi capita spesso di trovare qualche nido di uccellino che spunta tra le foglie. Il pettirosso e la cinciallegra sono quelli più tipici, ma che stanno diventando sempre più rari da scorgere. Proprio per questo motivo nel boschetto sottostante la Cantina da qualche anno abbiamo posizionato delle casette per uccelli per aiutare gli stessi a nidificare. Specialmente in inverno andiamo ad aggiungere delle palline di grasso e semini per dare loro un po’ di sostentamento durante la stagione più dura.

     

    A breve, inoltre, nascerà un nuovo progetto alla quale tengo particolarmente: un percorso a tappe tra la natura per le famiglie e i più piccoli. Per poter far conoscere la vigna e le differenti tipologie di ambiente che la circondano e dare la possibilità di potersi godere una giornata all’aria aperta.

    Lo scopo è quello di trasmettere ciò che io ho più a cuore: le vigne non sono “solo” la mia casa.

    Sono anche un riparo e un porto sicuro per altri esseri viventi, della quale sento di dover averne cura.

  • In che modo il clima influisce sull’identità delle annate?

    Il clima è un fattore che condiziona in modo diretto il risultato di ogni annata e questo è innegabile. Ogni produttore sa bene che non si può ottenere sempre lo stesso vino proprio perché il clima così caratterizzante è unico ed irripetibile ogni anno. 

    Spesso però mi rendo conto che il consumatore tende a cercare un prodotto della quale conosce e gli è famigliare il gusto, come quando siamo abituati a bere una bibita di una determinata marca e ci accorgiamo se al ristorante ci propongono una bibita simile ma differente, alla quale il nostro palato non è abituato.  

    Certo il vino non èe non deve essere paragonato ad una bibita industrialeE’ giusto che quest’ultima mantenga lo stesso sapore per poter sempre accontentare il cliente e rassicurarlo con il suo solito gusto.

    Ma il vino è espressione del territorio,

    dell’annata, del clima

    e del produttore.

    Trovo davvero interessante andare a scovare nel vino le differenti sensazioni che il clima e tutti i suoi aspetti (come le differenti temperature in particolari momenti dell’annoi millimetri di pioggia scesi, la percentuale di umidità o la differente lunghezza delle stagioni) possano manifestarsi ed andare a caratterizzare ogni annata. 

    • Annate con temperature superiori alla norma (soprattutto nel periodo che va dalla fioritura alla vendemmia) solitamente portano grappoli maturi anticipatamente e con maggiori quantità di zuccheri e di conseguenza un valore alcolico più alto della media o al contrario da annate fredde si ottengono vini tendenzialmente meno alcolici. 
    • Annate maggiormente soleggiate possono far sì che i vini che ne derivano mostrino colori più vivi ed accentuati (sempre tenendo conto delle caratteristiche di colore che ogni vitigno ha) oppure vini maggiorente scarichi di colore. 
    • Annate con giornate (specialmente verso la fine della maturazione del grappolo) con considerevoli sbalzi termici tra il giorno e la notte danno vita a vini con aromi e bouquet molto ricchi e diversificati ed allo stesso tempo eleganti e fini. 
    • Annate particolarmente favorevoli e di grande qualità sono frutto di un’ottima maturazione del grappolo (sotto diversi aspetti) e di una conseguente vendemmia effettuata nel momento migliore.

    Il clima ideale per ogni vitigno è differente, combinazione difficile da trovare e che rende unici i vini ottenuti da vitigni in esclusive parti del mondo (pensiamo appunto al Nebbiolo nella zona delle Langhe). 

     

    E’ così stimolante andare a ricercare e conseguentemente ritrovare tutti questi aspetti in un calice di vino invece di aspettarsi nel bicchiere caratteristiche uguali per ogni anno. Poter assaggiare differenti annate dello stesso vino e poter percepire le molteplici sensazioni è ciò che preferisco e ricerco.  

     

     

    Ed è quello che distingue il vino da un qualsiasi altro tipo di bevanda. 

  • Progetti di enoturismo in cantina: dall’arte in vigna ai picnic agresti

    Ottime notizie per i winelovers e tutti gli appassionati del mondo del vino, le proposte per coloro che vogliono vivere esperienze enogastronomiche all’aperto sono in crescita proprio perché sale la richiesta di attività a contatto con la natura e che diano la possibilità di passare una giornata lontano dalla città.

    Il turismo enogastronomico si basa sulla scoperta e sulla riscoperta di territori vocati e cantine che offrono non solo più degustazioni bensì attività a 360 gradi, rappresentando una delle risorse indispensabili per lo sviluppo economico del Paese.

    Dare la possibilità, sia all’appassionato del settore che al neofita di poter entrare in cantina, di conoscere il produttore e la sua filosofia produttiva, le tecniche di lavorazione e coltivazione della vigna e poter comprendere tutti il lavoro e la passione che c’è dietro alla bottiglia di vino, è qualcosa di fondamentale importanza.

    E non parliamo di strategie di marketing, bensì di informazione, proprio perché si cerca dare consapevolezza al cliente in modo che abbia le informazioni utili per poter scegliere i prodotti che più si avvicinano al suo gusto e alla sua idea di produzione responsabile e soprattutto sostenibile.

    Ormai non ci sono più scuse, noi siamo ciò che mangiamo e anche ciò che beviamo.

     

    Ma quali sono le possibilità che il Piemonte offre per far sì che la sete di conoscenza (e non solo) venga saziata? Ecco alcune attività che vi consigliamo di provare:

    • Visite guidate in aziende agricole e vitivinicole: in particolar modo degustazioni in abbinamento a prodotti tipici locali;
    • Trattamenti di bellezza e per la cura del corpo, effettuati con prodotti derivati dal grappolo d’uva, ricco di sostanze con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie;
    • Visite ed esplorazioni\trekking nei vigneti per godersi la natura e il panorama che la zona offre;
    • Pranzi in cantina e in vigna per abbinare a piatti della tradizione locali i vini tipici della zona;
    • Tour in vespa con tappe enoturistiche nelle varie cantine ed enoteche;
    • Vendemmia aperta ai turisti e ai loro bambini, per provare in prima persona quest’esperienza unica;
    • Tour in bici o in bici elettrica per effettuare attività fisica nel rispetto dell’ambiente circostante;
    • Ricerca al tartufo con il cercatore il suo cane, per conoscere e scoprire tutti i segreti della ricerca vedendo in azione un cane addestrato;
    • Attività artistiche e culturali come la visita ad installazioni artistiche o cantine di design, molte di queste progettate in modo che l’arte vada a pari passo con il rispetto dell’ambiente;
    • Yoga in vigna, per rilassarsi e praticare attività fisica circondati da panorami mozzafiato;
    • Picnic in vigna.

    Proprio per quest’ultima esperienza è nato il primo sito booking di picnic, chiamato Picnic Chic

    Questa piattaforma permette a tutti i “picnikers” di trovare ristoranti, gastronomie e cantine che offrono particolari esperienze

    come degustazioni di prodotti locali abbinati ad un cesto da picnic pronto per essere gustato a contatto con la natura.

    Una soluzione semplice che ti permette di non preoccuparti più dell’aspetto organizzativo\logistico.

    Tutte queste esperienze permettono di abbinare un’attività alla scoperta di nuovo luoghi, vicini o lontani da casa e di poter quindi dare il proprio contributo alle piccole imprese locali italiane che ora come non mai necessitano di ricevere un sostegno concreto.

     

    Partiamo dunque alla riscoperta dei piccoli borghi e delle bellezze italiane che tutto il mondo ci invidia!

     

     

     

  • La leggenda delle Masche, donne selvatiche come me

    Mi ricordo bene di quando ero piccola e mia nonna, nei freddi pomeriggi invernali mi raccontava le storie delle

    Masche.

    Sono sempre stata un po’ spaventata e allo stesso tempo incuriosita da questi racconti che avevano sempre come protagoniste donne, alle quali erano affibbiati poteri magici. Mi raccontava di donne che vivevano sole, con gatti neri e animali notturni che le seguivano quando uscivano, verso l’imbrunire per mandare maledizioni e sortilegi di tutti i tipi.

    Potevano, grazie ai loro riti, influenzare la sorte del raccolto, della vendemmia o addirittura della salute delle persone del paese.

    A loro si dava la colpa di una terribile siccità, di un’improvvisa malattia del bestiame o di sfortunati incidenti nei campi. Erano anche in grado di far sparire e ricomparire le cose nei luoghi più strani, quante volte infatti ho sentito pronunciare la frase

    “Aj sun le masche!!”

    quando mia nonna non riusciva più a trovare gli occhiali;

    “ma nonna gli hai appoggiati in testa” le facevo notare ridacchiando io.

    Ma oggi non vi voglio parlare di quello che la gente raccontava, bensì di come ho iniziato a pensarla io, crescendo. Come vi ho scritto prima la maggior parte delle donne che venivano additate come Masche erano donne sole che nella vita avevano avuto qualche sventura o semplicemente avevano deciso che preferivano vivere a modo loro, senza dare importanza ai commenti delle persone riguardo il loro stile di vita.

    Ebbene sì, queste figure che tanto spaventavano le persone “normali” io le definirei anticonformiste, libere e coraggiose.

    Molto spesso l’indipendenza e le scelte controcorrente possono spaventare chi queste parole non solo non le conosce, ma le teme. Figuriamoci poi se a comportarsi in questo modo è addirittura una donna.

    Donne selvatiche che fanno scelte ardite e che non vivono seguendo i dettami, per accontentare una persona (padre, marito o chiunque esso sia). Bensì seguendo il proprio volere, anche a costo di essere viste come streghe dai loschi intenti.

    Sono convinta che la leggenda delle Masche sia nata perché le conoscenze scientifiche su vari argomenti come la medicina, la veterinaria o l’agronomia erano ancora molto scarne. Non si riusciva a dare una spiegazione razionale agli eventi allora si cercava un colpevole, il  “perché”  fosse accaduta questa o quell’altra sciagura. La cosa più semplice e più sbrigativa da fare era dunque trovare qualcuno da incolpare, meglio se donna, solitaria e con uno stile di vita stravagante se non totalmente al di fuori degli usi e costumi di un tempo.

     

    Le donne hanno da sempre dovuto lottare il doppio per ottenere tante libertà che oggi consideriamo scontate: scegliere i propri vestiti, se sposarsi e con chi sposarsi, il proprio lavoro, insomma avere libertà di scelta sulla proprio vita.

    Ed è forse grazie anche alle Masche che oggi possiamo decidere di vivere la nostra vita come meglio crediamo, compiere delle scelte contro corrente che viste con gli occhi di tante altre persone che dall’epoca delle masche non ci sono mai usciti.

    Ben vengano dunque donne con poteri forti come il coraggio, la caparbietà e uno spirito rivoluzionario pronte a sfidare qualsiasi preconcetto e superstizione!

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  • I ciabot delle vigne patrimonio Unesco di Langa, Monferrato e Roero

    Qui in Piemonte noi figli di famiglie contadine e vignaiole abbiamo una parola unica che ci rimanda subito a un significato ben preciso, una parola che nel resto del mondo non esiste, o forse vorrà dire poco o niente ma che nella mia testa risuona con la voce dei miei nonni e dei miei genitori.

    Il ciabot.

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    Così lo chiamiamo in Langa. In Monferrato lo chiamano casot, ma è la stessa cosa.

    Il ciabot o casot, per chi non conoscesse il piemontese, è una piccola casetta che se ne sta in mezzo alle vigne, quasi a proteggerle e a vegliare sull’uva. In verità l’uso del ciabot è sempre stato meno poetico di quel che sembrava da fuori: era il magazzino degli attrezzi dei lavoratori delle vigne, abitato da animaletti come ragni, insetti, qualche topolino di campagna e uccelli di tutti i tipi.

    Il ciabot nasce da lì, dalle necessità quotidiane di chi lavorava la terra tutti i giorni e tutti i giorni aveva bisogno di portarsi dietro le attrezzature o ripararsi da un improvviso temporale estivo mentre si era in vigna a lavorare.

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    La soluzione è stata naturale, una piccola costruzione in muratura che potesse allo stesso tempo tenere riparo alle scorte d’acqua, di cibo o di persone.

    Alcuni dei miei ricordi di bambina mi vedono nelle calde giornate di primavera o di estate giocare a piedi scalzi e spensierata tra le vigne, e fare poi merenda nel tavolo del ciabot con pane e marmellata, pane e zucchero, o con la frutta. Quei tavoli servivano anche come momento finale delle giornate di vendemmia, quando la sera si cenava tutti insieme in vigna, stanchi, sporchi ma felici per quell’uva raccolta che dava inizio a un vino nuovo.

    I ciabot ci sono davvero ovunque tra Langhe, Roero e Monferrato.

    Ogni vigneto ha il suo guardiano in muratura che se solo potesse parlare avrebbe storie di generazioni di famiglia da raccontare, storie felici e tristi, storie di arrivi e di partenze, di vendemmie buone e di anni di crisi, di siccità, di anni difficili ma anche di anni soleggiati e sereni, di voci di bambini e di racconti di anziani.

    E il ciabot è diventato Patrimonio Unesco.

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    Una cosa che avevamo da sempre sotto gli occhi si è rivelata un tesoro, prezioso non solo per noi ma per tutti. Bellezze semplici che narrano di un tempo in cui ancora i ritmi dell’uomo erano i ritmi della natura, e fra i due c’era una storia d’amore forte e matta.

    I ciabot, per noi piemontesi, sono così importanti che è nato un progetto formativo dal nome “Banca del Fare”, organizzato dalla no-profit Parco Culturale Alta Langa, per la trasmissione delle conoscenze teoriche e pratiche per la conservazione del patrimonio edilizio in pietra. Un progetto manuale e concreto per ristrutturare i ciabot e restituire loro nuovamente la dimensione sociale che li caratterizzava una volta.

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    Noi piemontesi siamo fatti così: lavoriamo con la testa bassa concentrati sui frutti della nostra terra, e intanto costruiamo o abbiamo a che fare con tesori dal valore inestimabile, come i nostri ciabot, casette vive piene dell’energia della vigna.

    Se avrete modo di venire a trovarmi, vi porterò a camminare la terra e a conoscere i ciabot di Langa!

     

    Ph credits: Franco Bello Fotografie

     

  • Murazzano e l’Alta Langa: tra boschi, vigne e leggende

    Bisogna «camminare la terra», diceva Luigi Veronelli. Camminare per conoscere, per vivere in continuo movimento e per la gioia del procedere passo dopo passo.

    Così abbiamo fatto, qualche settimana fa, con i miei figli Clara, 8 anni, e Giovanni, 7, nel borgo di Murazzano: 749 metri sul livello del mare, boschi, animali e un’imponente torre medioevale, che svetta per 33 metri sul centro abitato. Il paese è definito “scudo e chiave del Piemonte” per la sua posizione strategica. È inserito nel percorso della Strada romantica di Langhe e Roero.

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    Siete mai stati in Alta Langa?

    Io ne sono innamorata. Amo quella sensazione di selvaggio che la Langa del Barolo ha perduto. Se chiudo gli occhi, poi, mi sembra di respirare l’aria di mare. Qui nasceranno le mie nuove vigne di Chardonnay e Pinot Nero con cui produrrò la mia Alta Langa docg.

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    Insieme a Clara e Giovanni, abbiamo ripercorso come fosse una favola la storia di Murazzano.

    Anticamente il borgo era quasi solo pastorizia: qui si produce un formaggio Dop molto apprezzato che ha il nome del paese, Murazzano.  È a metà tra una robiola e una toma, prodotta in piccole quantità con latte di capra delle Langhe. È anche un presidio Slow food.

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    Esiste una leggenda su questo formaggio e l’ho raccontata ai bambini che amano le storie un po’ da brivido.

    Un giovane di Murazzano, tal Giovannino, doveva sorvegliare alcune forme di Murazzano, ma si distrasse e un grosso corvo nero ne approfittò per rubargliene alcune. Per paura dei rimproveri della mamma, Giovannino inseguì il corvo fino in una zona del cebano, nota per i raduni di streghe e diavoli.  Giovannino, stanco e affamato, decise di riposarsi in capanna. Quando entrò, trovò una sorpresa: una tavola con ogni ben di dio. Allora il giovane mangiò. All’improvviso comparve il diavolo, il quale lo accusò di avergli sottratto il pranzo e gli intimò di seguirlo all’inferno. Il giovane giocò d’astuzia e gli chiese di esaudire un suo ultimo desiderio: bere un po’ di acqua fresca di pozzo. Giunti al pozzo, il diavolo si sporse per verificare la presenza dell’acqua e Giovannino ne approfittò per buttarcelo dentro. Giovannino gli promise aiuto ma in cambio della restituzione del Murazzano rubatogli. Il corvo era il diavolo. Il che dimostra come fosse ritenuto pregiato questo formaggio, se persino il diavolo ne era goloso (fonte: DOC cheeses of Italy, pp. 71-72).

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    Murazzano è un paese vivo anche sull’enogastronomia.

    Imperdibile l’aperitivo al Cafe Gianduja (tel.  0173 798013): hanno una carta dei vini importante e ben selezionata con scelte di vitigni autoctoni, anche rari. Se volete pranzare o cenare, vi consiglio la Trattoria da Lele (tel. 0173 798016), un ristorante accogliente e famigliare e un menù rigorosamente piemontese. Si sta benissimo!

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    Finisco con un pensiero di Veronelli: “Chi cammina la terra sa che l’importante non è arrivare, ma procedere, passo dopo passo. Camminare la terra è esprimere il nostro vivere in continuo movimento. Talvolta occorre fermarsi per riposare o per pensare e per gioire o per piangere, e alla fine ricominciare a camminare. Fermarsi anche per ricordare e rivivere la strada percorsa”.

  • Il «pianto della vite»: l’emozione della vigna che si risveglia

    Avete mai visto una vite “piangere”? Eppure accade. Se vi capita di passare tra i vigneti a marzo, fermatevi.

    Avvicinatevi a una vite potata e guardate con attenzione cosa accade: ogni 30 secondi, una piccola lacrima si forma sul taglio della potatura e cade. È un fenomeno straordinario di cui non tutti conoscono l’esistenza: lo chiamiamo il «pianto della vite». Non un pianto di dolore, bensì è un grido di vita.

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    La vite che «piange»
    @FrancoBelloFotografie

    Vediamo cosa accade.

    La pianta si risveglia dopo il riposo invernale e ricomincia il suo ciclo vitale. Le «lacrime» sono delle piccole goccioline di linfa, che risalgono il legno della vite e fuoriescono. Avviene con la ripresa dell’attività delle radici, quando nei vasi legnosi inizia appunto a risalire la linfa. È una sorta di respiro prima della nascita dei nuovi germogli.

    Ma che cosa accade alla vite da portarla a piangere?

    Il pianto della vite viene spiegato bene sul sito www.agraria.org: «La fase del germogliamento è preceduta da un fenomeno tipico della vite chiamato “pianto”, ossia l’emissione di liquido dai vasi xilematici a livello dei tagli di potatura: ciò è dovuto da una parte alla riattivazione del metabolismo degli zuccheri – la trasformazione di amido in zuccheri semplici – e alla conseguente riattivazione della respirazione cellulare e dall’altra all’elevato livello di assorbimento che caratterizza le radici, che tocca il massimo proprio in questa fase».

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    Foto Franco Bello Fotografie

    Di cosa è composto il «pianto»?

    Varia da vitigno a vitigno, ma in generale possiamo dire che è un insieme elementi minerali, composti organici, zuccheri e acidi.

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    Foto Franco Bello Fotografie

    Come si fa a sapere quando «piange» la vite?

    Bella domanda! È impossibile saperlo con esattezza, ma da alcuni studi agronomici indicativamente accade sempre poco dopo la metà di marzo. Per fortuna il fenomeno, dura qualche giorno. Quest’anno non perdetevelo: è un’esperienza emozionante!  Anche questo è essere vignaioli!

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    Foto Franco Bello Fotografie

     

  • #roséallyear: rosé tutto l’anno!

    In questi giorni sto imbottigliando la nuova vendemmia, il 2018, del nostro Langhe doc Rosato, vino giovane, fresco e allegro ottenuto da uve nebbiolo.

    Sarà che sta arrivando San Valentino, saranno le prime giornate che fanno intuire la primavera ma mi è venuta voglia di parlare di rosé, anzi di rosato all’italiana.

    Per prima cosa sfatiamo un po’ di luoghi comuni.

    Il rosato NON è:

    • un vino estivo
    • un vino da femmina
    • un vino adatto a palati poco esperti
    • un vino incapace di invecchiare

    Noi stiamo con l’Huffington Post che ha lanciato l’hashtag #roséallyear, rosé tutto l’anno! Se infatti il rosé un tempo era considerato un vino da consumarsi solo d’estate, oggi lo beviamo tutto l’anno e a tutto pasto.

    L’altro super mito da sfatare è che sia un vino da femmine: un’indagine di Nomisma Wine Monitor ci dice che le acquirenti donne sono il 73% mentre gli acquirenti uomini il 67%.

    Ho curiosato un po’ di dati: negli ultimi anni, i consumi stanno aumentando soprattutto tra i millennials. Addirittura una bottiglia su 10 consumata nel mondo è rosé e quattro bottiglie su 10 vengono consumate oltre i confini della nazione di produzione.

    La produzione mondiale si attesta intorno ai 24 milioni di ettolitri, pari a circa il 10% dei vini consumati a livello mondiale (dati France Agrimere). Si dice però che il consumo dei vini rosati secondo lo studio è in crescita dell’1-2% annuo nel mondo.

    I francesi continuano a esser i principali produttori, ma anche consumatori, importatori ed esportatori. L’Italia è il secondo esportatore nel mondo in volume con il 16% e aumentano le richieste, soprattutto di vini rosati da vitigni autoctoni.

    Per me è perfetto con i formaggi freschi, il pesce e crostacei, ma è super anche con la pizza come sostiene Donatella Cinelli Colombini nel suo blog.

    Buon rosé a tutti!

     

  • La scommessa di uno spumante 100% Nebbiolo delle Langhe

    Le cose migliori, a volte, accadono per caso. È successo così anche per il mio spumante, una bollicina autoctona di 100% Nebbiolo vinificato con Metodo Classico. Siamo nel 2009, mese di settembre. Mio padre entra in cantina e mi dice: «Voglio provare a fare uno spumante con il Nebbiolo». Non ho dato troppo peso a quel che diceva ma l’ho lasciato fare. Pensavo fosse un gioco. Così, nella vendemmia 2009, è nata la prima prova di vinificazione. Il secondo esperimento lo abbiamo fatto nel 2013, anticipando la raccolta delle uve ad agosto. Pian piano mi rendo conto che il Nebbiolo non si si presta bene solo alla produzione di grandi rossi, come il Barolo, ma anche alla spumantizzazione.

    La risposta dei nostri clienti è stata per noi una conferma che eravamo sulla strada giusta e ci ha dato la forza di portare avanti un progetto. Oggi produciamo circa 5 mila bottiglie del nostro spumante «made in Langhe». Stiamo ragionando di aumentare la superficie vitata da destinare a questa tipologia, Nebbiolo d’Alba doc Metodo Classico.

    Non siamo gli unici a credere nella possibilità di fare una bollicina local. Così con altri produttori del Piemonte della Valle d’Aosta, abbiamo creato nel 2017 un gruppo, Nebbiolo Noblesse, uniti da un progetto comune: la produzione di Spumante Metodo Classico 100% Nebbiolo e la sua divulgazione. Ogni anno organizziamo eventi, serate e degustazioni.

    Insieme portiamo avanti una storia di almeno due secoli. Anche se è ancora un passato tutta da studiare, si sa che in Piemonte il Nebbiolo veniva spumantizzato già nell’800. Il primo documento è datato 1787: si tratta di un resoconto sulla visita a Torino del presidente americano Thomas Jefferson che “alloggiando all’hotel Angleterre beve vino rosso di nebbiolo, trovandolo vivace come lo Champagne”. In una lettera un certo Giovanni Antonio Giobert cita il Nebbiolo utilizzato per spumanti e nel 1839 il prof. Euclide Milano elenca spumanti piemontesi, tra cui il nebiù d’Asti spumante.

    Della storia degli spumanti a base nebbiolo parla Lorenzo Tablino sul suo blog.

    Spumanti classici a base Nebbiolo: storia

    Oggi la produzione di bollicine di Nebbiolo si attesta intorno alle 250 mila bottiglie all’anno.