• Progetti di enoturismo in cantina: dall’arte in vigna ai picnic agresti

    Ottime notizie per i winelovers e tutti gli appassionati del mondo del vino, le proposte per coloro che vogliono vivere esperienze enogastronomiche all’aperto sono in crescita proprio perché sale la richiesta di attività a contatto con la natura e che diano la possibilità di passare una giornata lontano dalla città.

    Il turismo enogastronomico si basa sulla scoperta e sulla riscoperta di territori vocati e cantine che offrono non solo più degustazioni bensì attività a 360 gradi, rappresentando una delle risorse indispensabili per lo sviluppo economico del Paese.

    Dare la possibilità, sia all’appassionato del settore che al neofita di poter entrare in cantina, di conoscere il produttore e la sua filosofia produttiva, le tecniche di lavorazione e coltivazione della vigna e poter comprendere tutti il lavoro e la passione che c’è dietro alla bottiglia di vino, è qualcosa di fondamentale importanza.

    E non parliamo di strategie di marketing, bensì di informazione, proprio perché si cerca dare consapevolezza al cliente in modo che abbia le informazioni utili per poter scegliere i prodotti che più si avvicinano al suo gusto e alla sua idea di produzione responsabile e soprattutto sostenibile.

    Ormai non ci sono più scuse, noi siamo ciò che mangiamo e anche ciò che beviamo.

     

    Ma quali sono le possibilità che il Piemonte offre per far sì che la sete di conoscenza (e non solo) venga saziata? Ecco alcune attività che vi consigliamo di provare:

    • Visite guidate in aziende agricole e vitivinicole: in particolar modo degustazioni in abbinamento a prodotti tipici locali;
    • Trattamenti di bellezza e per la cura del corpo, effettuati con prodotti derivati dal grappolo d’uva, ricco di sostanze con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie;
    • Visite ed esplorazioni\trekking nei vigneti per godersi la natura e il panorama che la zona offre;
    • Pranzi in cantina e in vigna per abbinare a piatti della tradizione locali i vini tipici della zona;
    • Tour in vespa con tappe enoturistiche nelle varie cantine ed enoteche;
    • Vendemmia aperta ai turisti e ai loro bambini, per provare in prima persona quest’esperienza unica;
    • Tour in bici o in bici elettrica per effettuare attività fisica nel rispetto dell’ambiente circostante;
    • Ricerca al tartufo con il cercatore il suo cane, per conoscere e scoprire tutti i segreti della ricerca vedendo in azione un cane addestrato;
    • Attività artistiche e culturali come la visita ad installazioni artistiche o cantine di design, molte di queste progettate in modo che l’arte vada a pari passo con il rispetto dell’ambiente;
    • Yoga in vigna, per rilassarsi e praticare attività fisica circondati da panorami mozzafiato;
    • Picnic in vigna.

    Proprio per quest’ultima esperienza è nato il primo sito booking di picnic, chiamato Picnic Chic

    Questa piattaforma permette a tutti i “picnikers” di trovare ristoranti, gastronomie e cantine che offrono particolari esperienze

    come degustazioni di prodotti locali abbinati ad un cesto da picnic pronto per essere gustato a contatto con la natura.

    Una soluzione semplice che ti permette di non preoccuparti più dell’aspetto organizzativo\logistico.

    Tutte queste esperienze permettono di abbinare un’attività alla scoperta di nuovo luoghi, vicini o lontani da casa e di poter quindi dare il proprio contributo alle piccole imprese locali italiane che ora come non mai necessitano di ricevere un sostegno concreto.

     

    Partiamo dunque alla riscoperta dei piccoli borghi e delle bellezze italiane che tutto il mondo ci invidia!

     

     

     

  • La leggenda delle Masche, donne selvatiche come me

    Mi ricordo bene di quando ero piccola e mia nonna, nei freddi pomeriggi invernali mi raccontava le storie delle

    Masche.

    Sono sempre stata un po’ spaventata e allo stesso tempo incuriosita da questi racconti che avevano sempre come protagoniste donne, alle quali erano affibbiati poteri magici. Mi raccontava di donne che vivevano sole, con gatti neri e animali notturni che le seguivano quando uscivano, verso l’imbrunire per mandare maledizioni e sortilegi di tutti i tipi.

    Potevano, grazie ai loro riti, influenzare la sorte del raccolto, della vendemmia o addirittura della salute delle persone del paese.

    A loro si dava la colpa di una terribile siccità, di un’improvvisa malattia del bestiame o di sfortunati incidenti nei campi. Erano anche in grado di far sparire e ricomparire le cose nei luoghi più strani, quante volte infatti ho sentito pronunciare la frase

    “Aj sun le masche!!”

    quando mia nonna non riusciva più a trovare gli occhiali;

    “ma nonna gli hai appoggiati in testa” le facevo notare ridacchiando io.

    Ma oggi non vi voglio parlare di quello che la gente raccontava, bensì di come ho iniziato a pensarla io, crescendo. Come vi ho scritto prima la maggior parte delle donne che venivano additate come Masche erano donne sole che nella vita avevano avuto qualche sventura o semplicemente avevano deciso che preferivano vivere a modo loro, senza dare importanza ai commenti delle persone riguardo il loro stile di vita.

    Ebbene sì, queste figure che tanto spaventavano le persone “normali” io le definirei anticonformiste, libere e coraggiose.

    Molto spesso l’indipendenza e le scelte controcorrente possono spaventare chi queste parole non solo non le conosce, ma le teme. Figuriamoci poi se a comportarsi in questo modo è addirittura una donna.

    Donne selvatiche che fanno scelte ardite e che non vivono seguendo i dettami, per accontentare una persona (padre, marito o chiunque esso sia). Bensì seguendo il proprio volere, anche a costo di essere viste come streghe dai loschi intenti.

    Sono convinta che la leggenda delle Masche sia nata perché le conoscenze scientifiche su vari argomenti come la medicina, la veterinaria o l’agronomia erano ancora molto scarne. Non si riusciva a dare una spiegazione razionale agli eventi allora si cercava un colpevole, il  “perché”  fosse accaduta questa o quell’altra sciagura. La cosa più semplice e più sbrigativa da fare era dunque trovare qualcuno da incolpare, meglio se donna, solitaria e con uno stile di vita stravagante se non totalmente al di fuori degli usi e costumi di un tempo.

     

    Le donne hanno da sempre dovuto lottare il doppio per ottenere tante libertà che oggi consideriamo scontate: scegliere i propri vestiti, se sposarsi e con chi sposarsi, il proprio lavoro, insomma avere libertà di scelta sulla proprio vita.

    Ed è forse grazie anche alle Masche che oggi possiamo decidere di vivere la nostra vita come meglio crediamo, compiere delle scelte contro corrente che viste con gli occhi di tante altre persone che dall’epoca delle masche non ci sono mai usciti.

    Ben vengano dunque donne con poteri forti come il coraggio, la caparbietà e uno spirito rivoluzionario pronte a sfidare qualsiasi preconcetto e superstizione!

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  • I ciabot delle vigne patrimonio Unesco di Langa, Monferrato e Roero

    Qui in Piemonte noi figli di famiglie contadine e vignaiole abbiamo una parola unica che ci rimanda subito a un significato ben preciso, una parola che nel resto del mondo non esiste, o forse vorrà dire poco o niente ma che nella mia testa risuona con la voce dei miei nonni e dei miei genitori.

    Il ciabot.

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    Così lo chiamiamo in Langa. In Monferrato lo chiamano casot, ma è la stessa cosa.

    Il ciabot o casot, per chi non conoscesse il piemontese, è una piccola casetta che se ne sta in mezzo alle vigne, quasi a proteggerle e a vegliare sull’uva. In verità l’uso del ciabot è sempre stato meno poetico di quel che sembrava da fuori: era il magazzino degli attrezzi dei lavoratori delle vigne, abitato da animaletti come ragni, insetti, qualche topolino di campagna e uccelli di tutti i tipi.

    Il ciabot nasce da lì, dalle necessità quotidiane di chi lavorava la terra tutti i giorni e tutti i giorni aveva bisogno di portarsi dietro le attrezzature o ripararsi da un improvviso temporale estivo mentre si era in vigna a lavorare.

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    La soluzione è stata naturale, una piccola costruzione in muratura che potesse allo stesso tempo tenere riparo alle scorte d’acqua, di cibo o di persone.

    Alcuni dei miei ricordi di bambina mi vedono nelle calde giornate di primavera o di estate giocare a piedi scalzi e spensierata tra le vigne, e fare poi merenda nel tavolo del ciabot con pane e marmellata, pane e zucchero, o con la frutta. Quei tavoli servivano anche come momento finale delle giornate di vendemmia, quando la sera si cenava tutti insieme in vigna, stanchi, sporchi ma felici per quell’uva raccolta che dava inizio a un vino nuovo.

    I ciabot ci sono davvero ovunque tra Langhe, Roero e Monferrato.

    Ogni vigneto ha il suo guardiano in muratura che se solo potesse parlare avrebbe storie di generazioni di famiglia da raccontare, storie felici e tristi, storie di arrivi e di partenze, di vendemmie buone e di anni di crisi, di siccità, di anni difficili ma anche di anni soleggiati e sereni, di voci di bambini e di racconti di anziani.

    E il ciabot è diventato Patrimonio Unesco.

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    Una cosa che avevamo da sempre sotto gli occhi si è rivelata un tesoro, prezioso non solo per noi ma per tutti. Bellezze semplici che narrano di un tempo in cui ancora i ritmi dell’uomo erano i ritmi della natura, e fra i due c’era una storia d’amore forte e matta.

    I ciabot, per noi piemontesi, sono così importanti che è nato un progetto formativo dal nome “Banca del Fare”, organizzato dalla no-profit Parco Culturale Alta Langa, per la trasmissione delle conoscenze teoriche e pratiche per la conservazione del patrimonio edilizio in pietra. Un progetto manuale e concreto per ristrutturare i ciabot e restituire loro nuovamente la dimensione sociale che li caratterizzava una volta.

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    Noi piemontesi siamo fatti così: lavoriamo con la testa bassa concentrati sui frutti della nostra terra, e intanto costruiamo o abbiamo a che fare con tesori dal valore inestimabile, come i nostri ciabot, casette vive piene dell’energia della vigna.

    Se avrete modo di venire a trovarmi, vi porterò a camminare la terra e a conoscere i ciabot di Langa!

     

    Ph credits: Franco Bello Fotografie

     

  • Murazzano e l’Alta Langa: tra boschi, vigne e leggende

    Bisogna «camminare la terra», diceva Luigi Veronelli. Camminare per conoscere, per vivere in continuo movimento e per la gioia del procedere passo dopo passo.

    Così abbiamo fatto, qualche settimana fa, con i miei figli Clara, 8 anni, e Giovanni, 7, nel borgo di Murazzano: 749 metri sul livello del mare, boschi, animali e un’imponente torre medioevale, che svetta per 33 metri sul centro abitato. Il paese è definito “scudo e chiave del Piemonte” per la sua posizione strategica. È inserito nel percorso della Strada romantica di Langhe e Roero.

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    Siete mai stati in Alta Langa?

    Io ne sono innamorata. Amo quella sensazione di selvaggio che la Langa del Barolo ha perduto. Se chiudo gli occhi, poi, mi sembra di respirare l’aria di mare. Qui nasceranno le mie nuove vigne di Chardonnay e Pinot Nero con cui produrrò la mia Alta Langa docg.

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    Insieme a Clara e Giovanni, abbiamo ripercorso come fosse una favola la storia di Murazzano.

    Anticamente il borgo era quasi solo pastorizia: qui si produce un formaggio Dop molto apprezzato che ha il nome del paese, Murazzano.  È a metà tra una robiola e una toma, prodotta in piccole quantità con latte di capra delle Langhe. È anche un presidio Slow food.

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    Esiste una leggenda su questo formaggio e l’ho raccontata ai bambini che amano le storie un po’ da brivido.

    Un giovane di Murazzano, tal Giovannino, doveva sorvegliare alcune forme di Murazzano, ma si distrasse e un grosso corvo nero ne approfittò per rubargliene alcune. Per paura dei rimproveri della mamma, Giovannino inseguì il corvo fino in una zona del cebano, nota per i raduni di streghe e diavoli.  Giovannino, stanco e affamato, decise di riposarsi in capanna. Quando entrò, trovò una sorpresa: una tavola con ogni ben di dio. Allora il giovane mangiò. All’improvviso comparve il diavolo, il quale lo accusò di avergli sottratto il pranzo e gli intimò di seguirlo all’inferno. Il giovane giocò d’astuzia e gli chiese di esaudire un suo ultimo desiderio: bere un po’ di acqua fresca di pozzo. Giunti al pozzo, il diavolo si sporse per verificare la presenza dell’acqua e Giovannino ne approfittò per buttarcelo dentro. Giovannino gli promise aiuto ma in cambio della restituzione del Murazzano rubatogli. Il corvo era il diavolo. Il che dimostra come fosse ritenuto pregiato questo formaggio, se persino il diavolo ne era goloso (fonte: DOC cheeses of Italy, pp. 71-72).

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    Murazzano è un paese vivo anche sull’enogastronomia.

    Imperdibile l’aperitivo al Cafe Gianduja (tel.  0173 798013): hanno una carta dei vini importante e ben selezionata con scelte di vitigni autoctoni, anche rari. Se volete pranzare o cenare, vi consiglio la Trattoria da Lele (tel. 0173 798016), un ristorante accogliente e famigliare e un menù rigorosamente piemontese. Si sta benissimo!

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    Finisco con un pensiero di Veronelli: “Chi cammina la terra sa che l’importante non è arrivare, ma procedere, passo dopo passo. Camminare la terra è esprimere il nostro vivere in continuo movimento. Talvolta occorre fermarsi per riposare o per pensare e per gioire o per piangere, e alla fine ricominciare a camminare. Fermarsi anche per ricordare e rivivere la strada percorsa”.

  • Il «pianto della vite»: l’emozione della vigna che si risveglia

    Avete mai visto una vite “piangere”? Eppure accade. Se vi capita di passare tra i vigneti a marzo, fermatevi.

    Avvicinatevi a una vite potata e guardate con attenzione cosa accade: ogni 30 secondi, una piccola lacrima si forma sul taglio della potatura e cade. È un fenomeno straordinario di cui non tutti conoscono l’esistenza: lo chiamiamo il «pianto della vite». Non un pianto di dolore, bensì è un grido di vita.

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    La vite che «piange»
    @FrancoBelloFotografie

    Vediamo cosa accade.

    La pianta si risveglia dopo il riposo invernale e ricomincia il suo ciclo vitale. Le «lacrime» sono delle piccole goccioline di linfa, che risalgono il legno della vite e fuoriescono. Avviene con la ripresa dell’attività delle radici, quando nei vasi legnosi inizia appunto a risalire la linfa. È una sorta di respiro prima della nascita dei nuovi germogli.

    Ma che cosa accade alla vite da portarla a piangere?

    Il pianto della vite viene spiegato bene sul sito www.agraria.org: «La fase del germogliamento è preceduta da un fenomeno tipico della vite chiamato “pianto”, ossia l’emissione di liquido dai vasi xilematici a livello dei tagli di potatura: ciò è dovuto da una parte alla riattivazione del metabolismo degli zuccheri – la trasformazione di amido in zuccheri semplici – e alla conseguente riattivazione della respirazione cellulare e dall’altra all’elevato livello di assorbimento che caratterizza le radici, che tocca il massimo proprio in questa fase».

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    Foto Franco Bello Fotografie

    Di cosa è composto il «pianto»?

    Varia da vitigno a vitigno, ma in generale possiamo dire che è un insieme elementi minerali, composti organici, zuccheri e acidi.

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    Foto Franco Bello Fotografie

    Come si fa a sapere quando «piange» la vite?

    Bella domanda! È impossibile saperlo con esattezza, ma da alcuni studi agronomici indicativamente accade sempre poco dopo la metà di marzo. Per fortuna il fenomeno, dura qualche giorno. Quest’anno non perdetevelo: è un’esperienza emozionante!  Anche questo è essere vignaioli!

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    Foto Franco Bello Fotografie

     

  • #roséallyear: rosé tutto l’anno!

    In questi giorni sto imbottigliando la nuova vendemmia, il 2018, del nostro Langhe doc Rosato, vino giovane, fresco e allegro ottenuto da uve nebbiolo.

    Sarà che sta arrivando San Valentino, saranno le prime giornate che fanno intuire la primavera ma mi è venuta voglia di parlare di rosé, anzi di rosato all’italiana.

    Per prima cosa sfatiamo un po’ di luoghi comuni.

    Il rosato NON è:

    • un vino estivo
    • un vino da femmina
    • un vino adatto a palati poco esperti
    • un vino incapace di invecchiare

    Noi stiamo con l’Huffington Post che ha lanciato l’hashtag #roséallyear, rosé tutto l’anno! Se infatti il rosé un tempo era considerato un vino da consumarsi solo d’estate, oggi lo beviamo tutto l’anno e a tutto pasto.

    L’altro super mito da sfatare è che sia un vino da femmine: un’indagine di Nomisma Wine Monitor ci dice che le acquirenti donne sono il 73% mentre gli acquirenti uomini il 67%.

    Ho curiosato un po’ di dati: negli ultimi anni, i consumi stanno aumentando soprattutto tra i millennials. Addirittura una bottiglia su 10 consumata nel mondo è rosé e quattro bottiglie su 10 vengono consumate oltre i confini della nazione di produzione.

    La produzione mondiale si attesta intorno ai 24 milioni di ettolitri, pari a circa il 10% dei vini consumati a livello mondiale (dati France Agrimere). Si dice però che il consumo dei vini rosati secondo lo studio è in crescita dell’1-2% annuo nel mondo.

    I francesi continuano a esser i principali produttori, ma anche consumatori, importatori ed esportatori. L’Italia è il secondo esportatore nel mondo in volume con il 16% e aumentano le richieste, soprattutto di vini rosati da vitigni autoctoni.

    Per me è perfetto con i formaggi freschi, il pesce e crostacei, ma è super anche con la pizza come sostiene Donatella Cinelli Colombini nel suo blog.

    Buon rosé a tutti!

     

  • La scommessa di uno spumante 100% Nebbiolo delle Langhe

    Le cose migliori, a volte, accadono per caso. È successo così anche per il mio spumante, una bollicina autoctona di 100% Nebbiolo vinificato con Metodo Classico. Siamo nel 2009, mese di settembre. Mio padre entra in cantina e mi dice: «Voglio provare a fare uno spumante con il Nebbiolo». Non ho dato troppo peso a quel che diceva ma l’ho lasciato fare. Pensavo fosse un gioco. Così, nella vendemmia 2009, è nata la prima prova di vinificazione. Il secondo esperimento lo abbiamo fatto nel 2013, anticipando la raccolta delle uve ad agosto. Pian piano mi rendo conto che il Nebbiolo non si si presta bene solo alla produzione di grandi rossi, come il Barolo, ma anche alla spumantizzazione.

    La risposta dei nostri clienti è stata per noi una conferma che eravamo sulla strada giusta e ci ha dato la forza di portare avanti un progetto. Oggi produciamo circa 5 mila bottiglie del nostro spumante «made in Langhe». Stiamo ragionando di aumentare la superficie vitata da destinare a questa tipologia, Nebbiolo d’Alba doc Metodo Classico.

    Non siamo gli unici a credere nella possibilità di fare una bollicina local. Così con altri produttori del Piemonte della Valle d’Aosta, abbiamo creato nel 2017 un gruppo, Nebbiolo Noblesse, uniti da un progetto comune: la produzione di Spumante Metodo Classico 100% Nebbiolo e la sua divulgazione. Ogni anno organizziamo eventi, serate e degustazioni.

    Insieme portiamo avanti una storia di almeno due secoli. Anche se è ancora un passato tutta da studiare, si sa che in Piemonte il Nebbiolo veniva spumantizzato già nell’800. Il primo documento è datato 1787: si tratta di un resoconto sulla visita a Torino del presidente americano Thomas Jefferson che “alloggiando all’hotel Angleterre beve vino rosso di nebbiolo, trovandolo vivace come lo Champagne”. In una lettera un certo Giovanni Antonio Giobert cita il Nebbiolo utilizzato per spumanti e nel 1839 il prof. Euclide Milano elenca spumanti piemontesi, tra cui il nebiù d’Asti spumante.

    Della storia degli spumanti a base nebbiolo parla Lorenzo Tablino sul suo blog.

    Spumanti classici a base Nebbiolo: storia

    Oggi la produzione di bollicine di Nebbiolo si attesta intorno alle 250 mila bottiglie all’anno.

     

  • L’arte danzante di PurpleRyta e le mie riflessioni sui cinque sensi

    All’inizio tutto è caos e disordine, è così nei racconti dell’inizio del mondo e non si vede come potrebbe essere diverso per qualsiasi nuovo inizio. Oggi, dopo una giornata di lavoro tra vigna, cantina e bambini, mi sono presa un’ora per riflettere un po’.

    Dal disordine dei suoni nasce una melodia, dal disordine delle parole nasce un pensiero che poi può affinarsi fino a diventare testo, e poi poesia o canzone. Allo stesso modo da una macchia di vino si può generare un dipinto, un’opera d’arte multisensoriale.

    Le opere d’arte con il vino di PurpleRyta

    È così che nascono le opere di Rita Barbero, in arte PurpleRyta, dal vino che viene versato sulla carta e diventa macchia, che dà vita al processo creativo. Il vino danza sul foglio e crea immagini e ispirazioni che vengono poi modellate da lei.

    I dipinti “a base vino” di Rita Barbero sono opere letteralmente multisensoriali, coinvolgono tutti i sensi di chi si trova ad ammirarli: la vista, l’olfatto, il gusto, ma anche il tatto (pensate all’astringenza dei tannini che è una sensazione tattile), e l’udito – tutti sanno che rumore fanno le bollicine, quando sgorgano in un calice di vino e rendono l’atmosfera di un posto già più allegra e conviviale.

    Le opere di PurpleRyta sono opere divertenti e sensuali, che danzano nel foglio e chiedono di essere guardate e scoperte con tutti i sensi. Sono dipinti che parlano della vite, dell’uva e del vino come di elementi d’arte femminili.

    Rita Barbero ospite in cantina sabato 15 dicembre 

    E Rita Barbero sarà la nostra ospite in cantina sabato 15 dicembre, e porterà la sua arte e le sue donne spettinate, in un evento in cui si avrà l’opportunità di dipingere con il vino.

    Un pomeriggio interamente dedicato al nettare degli dei e all’arte, in cui ogni partecipante potrà scoprire come i sensi interagiscono con il vino, insieme al cervello e al corpo.

    La pittura con il vino abbinata alla degustazione. Barbera e Nebbiolo due vitigni e due vini molto diversi: scopriamoli con i cinque sensi”, questo l’evento che organizzo in cantina dedicato a chi vuole giocare e divertirsi con i suoi sensi e con il vino.

    Appuntamento alle 14,30 in cantina in Località Castelletto 39 a Monforte d’Alba; il costo è di 15 euro a partecipante.

  • 5 motivi per visitare la mia cantina (anche quando fa freddo)

    Eccomi qui al termine di una lunga giornata, ricca come sempre di tanto lavoro nella gestione della mia azienda agricola e non solo.

    Mi capita spesso di raccontare ad amici le mie giornate e la loro risposta è sempre la stessa: “Sara, ma come fai a fare tutto? Sì, bella domanda! Ogni tanto me lo chiedo anch’io come faccio. Ne ho parlato qualche tempo fa nel mio blog la mia azienda, 4 figli ed un marito rappresentano in realtà la mia energia per affrontare con gioia e serenità tutte le mie sfide quotidiane

    Proprio con l’arrivo della stagione fredda, quando la lunga estate, che culmina con la vendemmia di settembre, è ormai alle spalle mi piace ripensare a tutto il lavoro degli ultimi intesi mesi e alle tante persone che hanno visitato la mia cantina durante la bella stagione.

    Ogni degustazione è un momento unico

    Ogni persona, ogni degustazione è un momento particolare. Accolgo winelovers (…e non solo) da ogni parte d’Italia e del mondo in un momento di incontro che va ben oltre la semplice degustazione di vino. Sono degli attimi di scambio in cui il mio desiderio è costruire una comunità. Un gruppo di persone che aumenta anno dopo anno, che viene una prima volta e poi una seconda fino a quando, quasi senza accorgersene si instaura un rapporto di amicizia e la degustazione diventa un appuntamento fisso anno dopo anno per rivedersi e raccontarci tante cose con un buon bicchiere di vino.

    Ho pensato allora di condividere qui con te 5 motivi per cui visitare la mia cantina, (anche quando si è nel pieno dell’autunno o dell’inverno) che per me sono davvero molto importanti:

    1. Bere vino, un ottimo vino. Sembra scontato ma non lo è. Una visita in cantina deve avere come momento centrale la degustazione del vino! Se questo non è buono si rischia di perdere molto della magia del momento. Il vino che produco è frutto del lavoro e della passione di tutti coloro che lavorano nella mia azienda. Grazie a questo impegno abbiamo ricevuto molti riconoscimenti internazionali che ci danno lo stimolo per migliorare ed offrire sempre un prodotto migliore.
    2. Conoscere la storia della mia azienda. A partire da mio nonno Ernesto Saffirio fino a me, da oltre due secoli coltiviamo la vigna e raccontiamo questo territorio attraverso i nostri vini. Amo definire questo racconto una meravigliosa avventura in terra di Langa, fatta di passione ed amore. Una storia che mi emoziona ogni volta che la racconto a coloro che desiderano ascoltare.
    3. Godere di un territorio unico. La mia azienda è a Monforte d’Alba, siamo nelle Langhe, un patrimonio UNESCO. Sono orgogliosamente parte di questo territorio e se mi verrai a trovare scoprirai non solo vini unici ma, anche, paesaggi collinari da cartolina. Durante la scorsa estate ho proposto alcuni itinerari nella zona che possono essere fatti anche in autunno o in inverno. Ogni stagione nelle Langhe ha delle sue peculiarità che meritano di essere viste. Scopri i miei itinerari:
    4. Scoprire la mia cantina ecosostenibile. Un progetto molto importante che ho realizzato è la modernizzazione della mia cantina, una struttura progettata per integrarsi nel paesaggio rurale e ridurre l’impatto ambientale. Tutto l’edficio è stato studiato per ottimizzare il lavoro e le risorse. Una cantina in armonia con il suo territorio che si sposa con la mia idea di viticoltura sostenibile.
    5. Partecipare ai miei progetti. Ho sempre inteso la mia attività di produttrice di vino come un qualcosa che andasse ben oltre la vigna. Significa per me avere cura del mio territorio. Faccio questo investendo sempre in nuovi progetti. Una delle iniziative di cui sono particolarmente fiera è Adotta un filare, ne ho parlato ad ottobre nel mio blog. Aderendo a questo progetto entrerai a fare parte della mia comunità di adottanti, che si prendono cura di un prezioso filare e contribuirai a partecipare alla salvaguardia di un ambiente unico, tutelando le tradizioni e le pratiche necessarie alla nascita di un vero Barolo DOCG.

    Se desideri prenotare una degustazione nella mia cantina, clicca qui e potrai vivere in prima persona i 5 punti che ti ho appena raccontato! Se ripenso a quello che ho appena scritto ora posso spiegare come faccio a fare tutto. La passione per tutto quello che faccio mi permette di affrontare con il sorriso i mille impegni della mia giornata di mamma, imprenditrice e moglie e una parte del merito è tuo! Con le tue visite in cantina, nei momenti di ritrovo con i miei adottanti capisco che tutto quello che sto facendo ha un senso.

    Ti aspetto!

  • Adotta un filare: all’origine del Barolo

    Siamo nelle Langhe, dove i vigneti abbracciano le colline ed il profumo dell’uva si mescola con quello della terra, regalandoci scorci di grande emozione. Da questo scenario unico non poteva che nascere un vino speciale e famoso in tutto il mondo, simbolo del nostro territorio: Il Barolo DOCG.

    Questo vino nasce da un lungo processo che parte dalla vigna, continua con la vendemmia, l’affinamento e termina con l’imbottigliamento.

    Hai mai pensato a quanto lavoro c’è dietro ogni bottiglia di Barolo?

    Immagina di vivere tutto questo in prima persona: entrare con me nel nostro vigneto, essere protagonista di un’esperienza unica che si tramanda di generazione in generazione fatta di manualità, passione e pazienza.

    Immagina di assaggiare direttamente dalla pianta le uve di Nebbiolo, imparando e scoprendo tutto ciò che ruota intorno alla produzione del vino: dal vigneto alla cantina.

    Immagina la sensazione di degustare un vero Barolo DOCG di qualità che proprio tu hai contribuito a far nascere seguendo passo dopo passo la sua vita, le lavorazioni ed infine il momento più ricco di significato: la vendemmia. Tutto questo ha un nome: è il progetto Adotta un filare!

    Perché ho voluto fortemente il progetto Adotta un filare

    Adotta un filare nelle langhe è un’iniziativa che ho voluto fortemente per fare comprendere meglio a tutti coloro che amano il vino, cosa c’è dietro la produzione di una bottiglia di Barolo. Aderendo a questo progetto potrai scoprire da protagonista il dietro le quinte della mia cantina. Significa essere con me dalla vigna fino alla vendemmia passando per l’affinamento ed infine l’imbottigliamento.

    Potrai toccare con mano il risultato dei prodotti del tuo filare, ricevendo una cassa di vino, il tuo vino. Sì, perché diventerai adottante di un filare che avrà il tuo nome sulla testata e ti aggiornerò mensilmente via e-mail su tutte le lavorazioni che farò durante l’anno.

    “Adotta a distanza un filare nelle Langhe e vivi in prima persona l’esperienza di coltivare, far crescere e produrre un vino d’eccellenza come il Barolo DOCG.

    Sara Vezza.”

    Adotta un filare significa salvaguardia di un territorio

    Adotta un filare di Josetta Saffirio è molto di più che regalarsi delle bottiglie di vino, è una scommessa che ho deciso di giocare in prima persona: partecipare alla salvaguardia di un ambiente unico, tutelando le tradizioni e le pratiche necessarie alla nascita di un vero Barolo DOCG. Aderendo a questo progetto entrerai a fare parte della comunità di adottanti, che come te si prendono cura di un prezioso filare.

    Mi sono da sempre fatta promotrice di azioni che possano avere una ricaduta positiva su tutto il mio territorio ed Adotta un filare rappresenta tutto questo: coinvolgere coloro che amano il vino per andare oltre al calice e creare una comunità che abbia a cuore i miei stessi valori di rispetto e cura della terra.

    Una scommessa che posso dire di avere vinto poiché in meno di due anni, più di 50 persone da tutto il mondo hanno già aderito a questo progetto e mi accompagnano ogni mese nel mio lavoro.

    Adotta un filare: come aderire

    Se desideri aderire anche tu per vivere da vicino questa fantastica esperienza, puoi farlo cliccando direttamente qui oppure scrivendomi ad info@josettasaffirio.com, sarò lieta di fornirti tutte le informazioni di cui hai bisogno.

    Cosa è incluso nell’adozione del filare?

    • Nome e cognome dell’adottante sul filare e nel certificato di adozione.
    • 6 bottiglie di Barolo DOCG che provengono dal filare che hai adottato e 6 bottiglie di altri vini prodotti dalla mia azienda.
    • potrai sempre visitare la cantina quando vorrai (previa prenotazione) con degustazione gratuita dei miei vini migliori ed una selezione di prodotti tipici locali.
    • Sconto del 10% sull’acquisto di bottiglie di vino in cantina.
    • aggiornamenti costanti su tutte le fasi di lavorazione del tuo vino direttamente nella tua e-mail.
    • Eventi dedicati agli adottanti e molto altro….

    Ti aspetto nella mia comunità di adottanti per vivere un’avventura meravigliosa di cui saremo protagonisti insieme, uniti dalla passione e dall’amore per un vino simbolo delle Langhe.